In quel lontano 1957, al momento dell’entrata in vigore della scala mobile gli scioperi si erano protratti per quasi un mese. Mio
padre fu tra quelli che vi avevano aderito. Rimase un mese senza stipendio. Tirò avanti proprio a stento, ma, al termine, poté
esclamare: “Ecco, finalmente un po’ di sicurezza per il futuro. Potrò fare studiare i miei figli e accarezzare qualche progetto per
la casa".
Trentacinque anni più tardi, nel 1992, la scala mobile, in seguito alla tesi che fosse causa d'inflazione e della spirale
dell’aumento dei prezzi, fu definitivamente abolita.
Si sostenne anche che l’aumento salariale non comportasse una variazione
della base monetaria, ma solo una riduzione dell'utile delle imprese, perché quest'ultimo veniva ridistribuito "ingiustamente"
tutto tra i lavoratori.
Il protocollo di abolizione del 31 luglio era stato inutilmente preceduto da scioperi e manifestazioni
sotto lo slogan “la scala mobile non si tocca”.
Contro il protocollo si erano schierati inutilmente anche diversi economisti,
ritenendo che l'aumento dei prezzi dipendesse unicamente dall’aumento dell'offerta di moneta ed escludendo di conseguenza un legame
tra la scala mobile e l’inflazione.
I sindacati ufficialmente avevano mobilitato i lavoratori ma sotto banco avevano già condiviso
la grande orchestrazione, inventandosi per ultimo la concertazione obbligata, che in realtà mirava a rafforzare il loro potere contrattuale
e ad abolire tutti i meccanismi automatici.
I segnali che i sindacalisti stessero facendo un strano gioco fu sin troppo
evidente.
Franco Marini, per i suoi grandi meriti e senza colpo ferire, l’anno precedente era stato "promosso" da segretario
generale della CISL a ministro del Lavoro sotto il VII governo Andreotti.
Giorgio Benvenuto nel 1992 da segretario della UIL fu
premiato con la carica di Segretario Generale del Ministero delle Finanze.
Ottaviano del Turco, firmatario del protocollo, passò
prima alla guida del PSI e poi fondò lo SDI, venendo eletto alla Camera nel 1994.
Trentin, forse preso da scrupoli, si dimise
da segretario generale della CGIL appena dopo la firma del protocollo del 23 luglio 1993.
Mio padre, operaio delle ferrovie ormai in
pensione, venne a trovarmi a casa, un po’ demoralizzato e un po’ arrabbiato con me, che svolgevo intensa attività sindacale, e mi
disse: “Quella benedetta scala mobile mi ha permesso di mandarvi a scuola e comprare una casa. Con il tuo solo stipendio,
forse riuscirai a mandare i figli a scuola ma certamente non riuscirai a comprarti una casa”.
Io una casa oggi ce
l'ho, ma grazie soprattutto a lui.
E' importante capire che la tutela del potere di acquisto dei salari mediante il ripristino
del meccanismo automatico della scala mobile non riguarderebbe solo il benessere individuale dei lavoratori ma che
esso inciderebbe positivamente sulla economia dell'intero paese.
E' corretto fissare intorno al 50% del PIL la quota di
reddito nazionale destinata al lavoro dipendente, così come avviene nel resto del'Europa. Diversamente si corrono seri rischi facendo
inceppare il ciclo produzione-consumi.
In Italia, nel 1992 questa percentuale era già bassa, intorno al 44%, ma ora è scesa
ulteriormente al 41%: la più bassa d'Europa.
In realtà la ricchezza nazionale si sta trasferendo dai salari alle rendite
ed ai profitti, e, mentre la ricchezza dei salari riesce a trasformarsi "tutta" in consumi, l'altra, quella delle rendite
e dei profitti, non fa altrettanto, bloccando inesorabilmente il ciclo produzione-consumi, che oltre ad essere un danno
alle famiglie dei lavoratori è un danno all'intera nazione.
Concludendo, il ripristino della scala mobile non solo non genererebbe
inflazione, che è dovuta ad altri fattori come dimostra l'evolversi di questi ultimi anni, ma, oltre che a garantire il
potere di acquisto dei salari dei lavoratori, eviterebbe l'accumulo di ricchezza inutilizzata, portando così indiscutibili
vantaggi all'economia produttiva dell'intera nazione.
29 luglio 2008
Sergio Pacillo