Educato sin da bambino dai monaci del vicino cenobio
basiliano, fu da questi accompagnato a Benevento per completare gli studi e qui, perfezionatosi nelle sacre lettere, fu consacrato
sacerdote [2].
Dopo essere stato nominato dal vescovo di Telese arcipresbitero della chiesa parrocchiale morconese di S. Basilio ed
avervi predicato inutilmente la fede di Dio, avversato nel suo zelo mirante all’estinzione delle superstizioni e dei vizi ed accusato
falsamente, si vide costretto a ritornare a Benevento, dove fu subito stimato per santità e zelo [3].
In quegli
anni accadde che l'imperatore bizantino Costante II, sbarcato a Taranto e distrutta Siponto, assediò Benevento, tenuta dai Longobardi
sotto la guida del giovane duca Romualdo. Con l’aiuto della duchessa Theodorada, Barbato si fece promettere dal duca Romualdo la rinunzia
all’idolatria ed al culto della Vipera Anfisbena (Vipera d’oro a due teste) e pregò così intensamente la Madonna che Ella apparve
nei pressi di Porta Rufina, promettendo di intercedere per la liberazione dell’assedio da parte dei Greci. Allora l’incredulo Romualdo,
testimone oculare della celeste apparizione (secondo la tradizione si trovava sull’alto di una torre della cinta muraria, più o meno
all’altezza dell’odierna Chiesa dell’Annunziata), gli consegnò la Vipera d’oro adorata dal popolo, autorizzandone la fusione
per un sacro calice [4].
Benevento fu liberata dalle truppe bizantine e, così, il 20 marzo del 663 (sotto il papa Vitaliano),
alla morte del vescovo Ildebrando, il nostro santo fu eletto vescovo dal clero beneventano con l’acclamazione di tutto il popolo,
il quale acconsentì anche a far abbattere il diabolico noce intorno al quale venivano esercitati i loro culti pagani. Ma, passata
la tempesta, quei riti, in modi più o meno nascosti, continuarono a perpetrarsi già sotto Romualdo, che per questo motivo fu aspramente
rimproverato dal nostro Santo. Ciò nonostante, negli successivi il simulacro della Vipera fu innalzato sopra una colonna, davanti
alla quale i Longobardi, benché battezzati, usavano chinare il capo in segno di riverenza e di rispetto verso le tradizioni
dei loro avi tutte le volte che vi passavano. E questa colonna era ancora in piedi nel 990, allorquando la buttò a terra un
terribile terremoto che distrusse quindici torri e provocò la morte di centocinquanta persone. Il culto continuò sotto altre
forme, tanto che in un documento del diciassettesimo secolo (in piena Inquisizione) veniva riportato il disegno di un altare
con la Vipera adorata da più persone all’interno delle mura della Città. E ci sono buone ragioni per affermare che quei culti, da
qualche parte nel Sannio, continuano a perpetrarsi ancora oggi [5].
Del luogo del famigerato "noce" non è dato saperlo con precisione.
Stefano Borgia lo localizzò a Piano Cappelle, dove esisteva un Tempietto fatto erigere, secondo una certa tradizione, direttamente
da s. Barbato in onore di S. Maria in Voto (chiamandosi Voto il luogo in cui si recavano i Longobardi per sciogliere il loro voto).
Secondo altri, compreso l’autore di questo articolo, il luogo potrebbe essere localizzato verso lo Stretto di Barba, sia per il riferimento
toponomastico a s. Barbato, sia per la vicinanza a Ceppaloni. Località, questa, che potrebbe avere preso origine da "u cipp
a lun", cioè il “ceppo” del noce rimasto esposto al chiaro di “Luna” nella Baja del Noce Beneventano. E proprio qui ancora qualcuno non
ha smesso di credere esservi il maggior concorso di Streghe che vi accorrono di notte sopra una scopa, per celebrare sacrileghi
e lamiali congressi. Forse non a caso i Ceppalonesi, soprattutto nelle calde notti estive, amano promuovere uno speciale turismo al
richiamo di magiche attrattive, sponsorizzate proprio al chiaro di Luna. Non va sottaciuto che proprio questo luogo, insieme con quello
di S. Clementina, rimane privilegiato da diversi maghi e fattucchieri, che infestano tutt’oggi il Sannio, per implorare le forze
delle Tenebre a rafforzare i loro poteri occulti al servizio più o meno palese di Satana [6].
Con s. Barbato
il culto della Madonna della Libera incominciò a diffondersi in diversi paesi del Sannio, permanendo, per esempio, a Colle, a Montecalvo
Irpino, a Pietrelcina e a Mojano. L’immagine di una sua splendida statua viene oggi venerata nel luogo dell’apparizione, in una cappella
al pian terreno del palazzo Ferrara, dove, fino a qualche decennio fa s’erigeva l’umile ed antica cappella longobarda dedicata al
Signore in onore alla Madonna. E piace qui ricordare che il 16 ottobre dell’anno 1941 si unirono in matrimonio i genitori dell’autore
di questo articolo [7].
Il 30 gennaio del 668, il papa Vitaliano, per premiare l'opera pastorale di s. Barbato, volle unire alla Chiesa Beneventana le diocesi di Bovino, Ascoli, Larino e Siponto; da quest'ultima dipendeva la basilica sul Monte Gargano eretta in onore di s. Michele, già eletto a patrono di Benevento nel lontano 492 [8].
Nel 679 il nostro vescovo partecipò al Concilio Romano, contrastando duramente l’eresia cristologica d’Oriente.
Poi, nel mese di marzo dell’anno successivo, insieme al suo amico s. Decoroso, vescovo di Capua, partecipò al Concilio Romano indetto
dal papa s. Agatone (678-681) contro i Monoteliti. Nell’anno 681 partì per Costantinopoli per partecipare ad un altro Concilio, che
terminò il 16 settembre; durante questo concilio furono affermate le due Volontà e le due Nature di Cristo racchiuse in
una Persona, quella del Verbo [10].
Personaggio di grande cultura e prestigio, s. Barbato esercitò la sua influenza su tutta l’Italia
Meridionale, che versava in uno stato di profonda crisi religiosa, e ne riorganizzò le diocesi sia sul piano disciplinare, sia
su quello morale e culturale, guidando personalmente le chiese che risultavano prive di Pastori, come, probabilmente, quella
di Telesia [11].
Finalmente il 19 febbraio del 683, sotto il papa s. Leone II (682-683), la sua anima fu libera di lasciare questa
terra per abbracciare i Santi nella gloria di Dio.
Il 24 maggio dell’anno 1124, in occasione dell’ampliamento della Metropolitana
Beneventana, l’Arcivescovo Roffrido, in compagnia di due vescovi suffraganei, trasferì i resti mortali di quel che era stato il corpo
di s. Barbato dalla cappella in cui si trovavano in un posto più decente, sotto un nuovo altare. In quell’occasione furono concesse
indulgenze plenarie ai visitatori. Davanti alle sante reliquie, date a baciare ai fedeli secondo un particolare ed inusuale rito esclusivo
della Chiesa beneventana, Iddio compì numerosi miracoli. La notte successiva alla traslazione, s. Barbato comparve in sogno e vestito
di bianco a Giovanni Sartore, infermo da sei mesi, rimproverandolo di non essersi recato a visitare le sue reliquie. Giovanni
scusandosi gli mostrò il braccio infermo e nello stesso istante fu misticamente toccato e guarito. Similmente, pregando davanti alle
sue reliquie, si videro guariti un contadino di Montefusco, che aveva le gambe rivolte all’insù, ed una donna, che aveva le mani immobilizzate.
Le reliquie, trasportate da una parrocchia all’altra, rimasero esposte per otto giorni alla venerazione degli abitanti delle parrocchie
delle otto porte di Benevento, la Somma, l’Aurea, la Rufina, la S. Lorenzo, la Nova, la Folariola, la Gloriosa e la Biscarda [12].
Ai nostri giorni le reliquie ossee di s. Barbato riposano in parte a Montevergine ed in parte nel Duomo di Benevento, dove furono
riposte dal cardinale il 10 novembre dell’anno 1687, nella prima delle venti cassette plumbee dell’urna marmorea [13].
Rimane festeggiato il 19 febbraio. In questo giorno, a Castelvenere, suo paese natale, si tiene la tradizionale “Festa del Tuono”, una gara pirotecnica fra tre abili fuochisti [14].
E' patrono di Benevento, Cicciano (NA), Castelvenere (BN), Casalattico (FR) e Valle dell'Angelo (SA).
[1] B. S., op. cit., vol. I, cl. 887; Internet, Comune di Castelvenere – San Barbato (qui si cita il
602 come anno della nascita).
[2] B. S., op. cit., cl. 770; Ciarlanti G. V., op. cit., p. 194; D’Andrea F., op. cit., p. 11; Grassi
F., I Pastori della Cattedra Beneventana, op. cit., p. 23; Sarnelli P., op. cit., p. 32; Padre Tommaso-Cappuccino, Morcone, op.
cit., p. 86; www.comunedicastelvenere.it
[3] Ciarlanti G. V., op. cit., p. 194; Internet, Comune di Castelvenere – San Barbato;Sarnelli P., op. cit., p. 32; Padre Tommaso-Cappuccino, Morcone, op. cit., p. 86.
[4] Ciarlanti G. V., op. cit., p. 194; Sarnelli P.,
op. cit., p. 32; Padre Tommaso-Capp., Morcone, op. cit., p. 86.
[5] B. S., op. cit., cl. 770 e 771; Ciarlanti G. V., op. cit., p. 194;D’Andrea F., op. cit., p. 11; De Nicastro G., op. cit., p. 7/21; Grassi F., I Pastori della Cattedra Beneventana, op. cit., p. 23
(il Grassi cita l’anno 664); Iamalio A., op. cit., p. 132; Sarnelli P., op. cit., p. 32; Padre Tommaso-Cappuccino, Morcone, op. cit., p.
86; Romano F., Benevento tra Mito e Realtà, op. cit., vol. I, prima pagina.
[6] Borgia S., op. cit., vol. I, p. 212; De Lucia S., Passeggiate
beneventane, op. cit., p. 33.
[7] Borgia S., op. cit., vol. II, p. 277; Cavalletti G.B.M., op. cit., interno; Grassi F., I Pastori
della cattedra Beneventana, op. cit., p. 23; Il Sannio, quotidiano cit., 1° agosto, 1998, p. 11; Rotili Mario, Benevento e la Provincia
Sannitica, op .cit., p. 290.
[8] Sarnelli P., op. cit., pp. 33, 221, 222 e 245.
[9] Arcidiocesi di Benevento, op. cit., p. 13; Borgia
S., op. cit., vol. I, p. 130; Sarnelli P., op. cit., p. 34.
[10] Borgia S., op. cit., vol. I, p. 214; Grassi F., op., cit., p. 23; Il
Mattino, quotidiano cit., 9 febbraio 1998, p. 12; Massimo editore, op. cit., pp. 575; Rotili Mario, Benevento e la Provincia Sannitica, op.
cit., p. 290; Treccani, op. cit., vol. II, p. 74, voce Barbato, santo.
[11] Vigliotti N., Telesia … Telese, op. cit., p. 67.
[12] B.
S., op. cit., vol. II, cl. 772; Borgia S., op. cit., vol. III, pp. 67 e 69; Ibidem, vol. II, pp. 418 e 419; De Nicastro G., op. cit.,
p. 50/45; Sarnelli P., op. cit., p. 93.
[13] Arcidiocesi di Benevento, op. cit., p. 13 (viene indicato l’anno 682 come quello della
sua morte); B. S., op. cit., vol. II, cl. 772 (cita il giorno 20 e non il 10); Grassi F., I Pastori della Cattedra Beneventana, op.,
cit., p. 24; Sarnelli P., op. cit., p. 34 e 163; Treccani, op. cit., vol. II, p. 74, voce Barbato, santo (secondo Treccani s. Barbato
morì nel 682).
[14] Il Mattino, quotidiano cit., 9 febbraio 1998, p. 12.