Il federalismo fiscale è peggiore del federalismo puro, cioè quello solidale. E' una tesi egoistica e la sua realizzazione
non può essere che dannosa, nel tempo, anche per le stesse regioni che oggi la sostengono sulla spinta della Lega, che per bocca di
Bossi ha minacciato di prendere i fucili.
Nel programma di Berlusconi è scritto: “Approvazione da parte del Parlamento
del disegno di legge della Lombardia”. E perché non della Campania, o della Sicilia?
Se dovesse valere il principio
che le regioni più povere non hanno il diritto ad avere gli stessi servizi pubblici di quelle più ricche dovrebbe valere anche il
principio che i poveri dovrebbero avere meno diritti dei ricchi, dovunque essi siano. E questo è ingiusto.
I cittadini
pagano le tasse in funzione del loro reddito, per sostenere il costo dei servizi pubblici e questi sono gli stessi su tutto
il territorio nazionale, con livelli di qualità inevitabilmente diversi.
Se fosse giusto che in uno stato unitario
il gettito fiscale dovesse essere gestito direttamente dalla comunità che lo produce, verrebbe a mancare il concetto di solidarietà
implicita dei servizi pubblici che, invece, lo Stato deve garantire a tutti i cittadini, anche ai più sfortunati, dovunque si trovino
sul territorio nazionale.
Il malaffare, lo sperpero e la cattiva amministrazione vanno lottati in un modo diverso
e in nessun modo giustificano il federalismo fiscale.
Ritenere che con il federalismo fiscale si possano guarire
o arginare i problemi esistenti è molto sbagliato, perché i mali attuali dell'Italia sono attribuibili per lo più all’incompetenza,
all’improvvisazione ed alla corruzione, riguardante quest’ultima la degenerazione dell’animo umano, e non il sistema-Italia, che,
seppure imperfetto, ha consentito alla nostra Nazione di essere annoverabile tra quelle più progredite dell’intero globo.
Per di più non è per nulla dimostrabile l’ipotesi che con il federalismo fiscale si possano arginare il malessere socio-politico ed
il dissesto economico in cui versiamo.
Ci hanno provato l'Università degli studi della Tuscia di Viterbo, con la pubblicazione
delle lezioni del Corso di Scienza delle Finanze tenute nell'A.A. 2005-2006, e la SIEP (Società Italiana di Economia Pubblica con
sede in Roma).
La verità è che gli studi dell’Università sono incomprensibili anche per gli addetti ai lavori e non dimostrano
proprio niente perché si limitano a fare delle affermazioni di principio, sostanzialmente ancorate su studi basati sul generico.
Le conclusionie della SIEP sono altrettanto generiche, faziose e controbattibili:
Conclude la SIEP: "Il punto vero è che la battaglia
culturale è al momento inquinata da interessi forti, che spingono verso il mantenimento del centralismo sotto la falsa bandiera della
difesa dell’equità, mentre ciò che in realtà vengono difese sono le modalità ed i “luoghi” decisionali che permettono sistematici
favore nei riguardi di certe categorie o certe tipologie d’impresa.”
Le stesse conclusioni si potrebbero sostenere per
la tesi antifederalista opposta!
Viene da chiedersi il perché un ospedale ben gestito ad Avellino non debba avere gli
stessi finanziamenti di un altro ben gestito a Milano?
Ma viene da chiedersi ancora se i diritti dei malati siano
gli stessi sul territorio nazionale o dipendano dalla circostanza di vivere in una regione anzichè in un’altra.
E' facile
parlare di federalismo, secessione o devoluzione puntando il dito sui punti che dividono, facendo leva sulle differenze, riscaldando
gli animi e seminando discordie per motivi egoistici o di parte.
Il difficile è trovare i punti che uniscono, non
quelli che dividono!
Sembra allora che, ormai nel terzo millennio, alcuni personaggi o continuano ad avere le idee
confuse o con scaltrezza tendono a confonderle agli altri!